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27 visitatori e 1 utente online| Serve davvero un Cie in Toscana? |
| Scritto da Fabio Evangelisti | |||
| Mercoledì 07 Luglio 2010 17:29 | |||
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Unica colpa la mancanza di documenti, il loro unico svago è un pallone o un po’ di bricolage, per le femmine. Una struttura mastodontica di ferro e cemento, il sole a picco nelle gabbie all’aperto, enormi stanzoni con letti, tavoli e sedie inchiodati al pavimento. Dentro, poliziotti e carabinieri divenuti secondini. Il cibo, l'assistenza e le pulizie affidati a una cooperativa sociale, l'Auxilium. Fuori, soldati e camionette dell’esercito. Sembra l’Afghanistan, ma è solo un carcere, duro e inumano, che si cela dietro la parola CIE. Raramente vi arrivano clandestini di cui si deve accertare l’identità, molto spesso si tratta di pregiudicati noti alla giustizia italiana o impossibili da espellere perché rifiutano di fornire le loro generalità. Esemplare il caso di Khaled Ibrahim Mahmoud che, dopo oltre 26 anni di galera per l'attentato terroristico a Fiumicino (all'epoca aveva diciassette anni), nessuno sa dove espatriare, lui che è palestinese, se in Libano o in Siria o in Israele. E così, da qualche tempo, entra ed esce da Ponte Galeria. Chi potrebbe essere realmente identificato, invece, il più delle volte tace, per non abbandonare un lavoro, la famiglia, quel paese “straniero”, l’Italia, dove si è ricostruito una vita. Visitare Ponte Galeria evidenzia con chiarezza l’inutilità del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, quella normativa voluta da Berlusconi e Maroni e che ha esteso, da 60 giorni a 6 mesi, il tempo di permanenza nei CIE. È chiaro, anche alle forze dell’ordine, che se non si riesce a identificare subito un clandestino, sarà ancora più difficile con il passare del tempo. Si arriva così a un circuito perverso per cui i prigionieri entrano ed escono dai CIE per anni, come Ibrahim. Le espulsioni, di fatto, non avvengono se non in rari casi. Questi Centri altro non sono che una diversa, e più alienante, forma di reclusione. C’è la galera, c'è la pena ma manca il riscatto. Civile e morale. In Italia, da Trapani a Milano, sono già tredici i CIE operativi. E anche in Toscana si discute sull’apertura di un Centro. Lo ha ribadito, a più riprese, il Ministro Maroni e la coalizione al Governo della Regione guidata da Enrico Rossi si è detta disposta, più per dovere di collaborazione istituzionale che per convinzione, a discutere la proposta, pur con caratteristiche peculiari: piccole dimensioni, gestione in mano alle al volontariato, assoluto rispetto dei principi di umanità, accoglienza e integrazione. L’Italia dei Valori, che da sempre esprime una posizione scettica nei confronti di questi Centri, ma rispetterà gli impegni presi al momento della sottoscrizione degli accordi con la coalizione di Toscana Democratica. Dopo la visita a Ponte Galeria, però, rivolge a Enrico Rossi e a tutti i consiglieri regionale (soprattutto quelli del Pdl, che con tanto entusiasmo propugnano la causa), l’invito a visitare il CIE del Lazio. Si renderanno conto con i loro occhi dell’inutilità e dell’inumanità di questa mastodontica struttura. Dopo, lo costruiscano anche in Toscana, un Centro di Identificazione e Espulsione, se questo placa le loro (nostre) coscienze e rinforza la loro (nostra) percezione di sicurezza. Sarà una struttura certamente utile a dare lavoro a qualche cooperativa, a sperperare i soldi dei contribuenti e, senza dubbio, a collocare anche la nostra regione ai margini della Costituzione, lontana dalla giustizia dei Paesi civili, certamente estranea (in quel recinto chiamato CIE) ad ogni riferimento alla Carta dei Diritti dell’Uomo.
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Emanuela Ferrari
Coordinamento Idv Massa Carrara
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